Giuliana, inerpicato su una collinetta isolata, alta 734 metri, è un piccolo paesino di circa 2000 abitanti dell’estremo lembo meridionale della provincia di Palermo, a dominio della  Valle del Sosio, nel centro dei Monti Sicani. La storia antica del territorio di Giuliana si svolge in un contesto geo-politico ben definito che deriva dal contatto tra l’area sicana ellenizzata e l’area elimo-punica di cui si apprezzano, nella zona, importanti siti archeologici, quali Entella (Contessa Entellina), Monte Adranone (Sambuca di Sicilia) e Montagna dei Cavalli (Prizzi). 

Giuliana è nome prediale latino (Juliana) e implica un fundus, un piccolo insediamento umano, probabilmente una fattoria o una “Villa rustica”, di pertinenza di un antico latifondista romano di nome Julius dal quale il nome Juliana.

Il suo territorio si estende oggi per circa 2400 ettari, confinando con i comuni di Chiusa Sclafani, Bisacquino e Contessa Entellina nella provincia di Palermo, e con Sambuca di Sicilia e Caltabellotta nella provincia di Agrigento.

La zona fa parte di un sistema montuoso abbastanza disomogeneo e dai confini molto incerti, che prende il nome di Monti Sicani dalle primitive popolazioni che, dopo essere state scacciate dal settore orientale dell’isola dai Siculi, si insediarono in cima alle montagne.

L’area presenta una morfologia in prevalenza collinare, in cui spiccano diversi rilievi importanti, tra i quali il monte Genuardo, il monte Calvario e la stessa rupe su cui sorge Giuliana; la gran parte del suo territorio viene utilizzata per le attività agricole e zootecniche, prestandosi a diverse coltivazioni, quali seminativi, oliveti, vigneti e pascoli. La particolarità del territorio, la sua posizione dominante sulla vallata circostante, e la ricchezza delle sue terre vennero apprezzate da Gian Giacomo Adria, che nel XVI secolo descrisse Giuliana “urbs opulentissima: eccelsa città situata sull’alta vetta di un colle, sotto cui è un’altissima rupe, dove fanno i loro nidi le aquile”.

Il centro abitato, risalente al periodo arabo-normanno, tutt’oggi mantiene la sua pregevole impostazione originaria, presentandosi come un tipico sobborgo medievale, mentre la zona d’espansione si presenta eterogenea e sviluppata in assenza di un’organica programmazione urbanistica.

MONUMENTI:  

CASTELLO DI FEDERICO II. Esso, isolato intorno, si degrada a strapiombo dal lato del mezzogiorno nella sottostante ampia valle del Fiume Sosio. 

Per molti tempi assolse un importante ruolo strategico nel sistema difensivo siciliano essendo collegato per via aerea col castello di Zabut (Sambuca di Sicilia) a Ovest, col castello di Caltabellotta a sud, con la fortezza araba di Calatamauro a Nord e con il castello Bizantino di Prizzi a Est.

Nella sua conformazione attuale il Castello è composto essenzialmente da una fortezza turrita superiore situata sulla cima della rocca e da un corpo di fabbrica semicircolare con la convessità rivolta verso il centro abitato, più in basso. Quest’ultimo è una ricostruzione secentesca ed è sorta precisamente nel 1648 per ospitare un convento di Monaci Olivetani dipendenti dalla vicina Abazia di S. Maria del Bosco. La fortezza turrita, invece, per lo stile architettonico, viene fatta risalire all’epoca sveva. Il lato convesso, che guarda verso il paese, risulta chiuso, quello opposto concavo che è rivolto verso la valle è, invece, aperto da finestre e feritoie.

La maggior parte degli storici dell’arte siciliana ritiene che il castello di Giuliana sia esempio di quell’architettura militare autentica di Federico II di Svevia, anche se rappresenta al tempo stesso una eccezione tra i castelli svevi di Sicilia. Non si può ignorare, tuttavia, che la storiografia isolana attribuisce la fondazione della fortezza giulianese a un altro Federico II, cioè l’Aragonese. Effettivamente in nessuno dei due casi si ha una documentazione sicura.

È chiaro comunque che sia Federico II di Svevia che Federico II d’Aragona abbiano avuto gli stessi validi motivi d’ordine politico, per costruire la fortezza di Giuliana; l’Imperatore doveva far fronte alle violente sollevazioni dei Musulmani, il Re aragonese doveva frenare, invece, le incursioni degli Angioini. 

Cosa certa è che nella prima metà del ‘300 il castello non poteva da solo fornire la necessaria protezione agli abitanti di una città che si andava estendendo in proporzione all’incremento della popolazione, e così s’impose l’erezione di una cinta muraria con tre porte urbiche, di cui oggi risulta difficile definirne con precisione il circuito. Nel tratto settentrionale del circuito murario si apriva la porta Iammagli (oggi Giammaglio) che prese poi il nome di Porta Palermo; nel tratto orientale  la porta Bucheria oggi porta Beccherie; vicino l’attuale quartiere Cattano sorgeva la Porta di Sciacca. Oggi si usa indicare come quartiere soltanto Porta Palermo e Porta Beccherie.

Tra i castelli di Sicilia quello di Giuliana è uno dei più notevoli sia dal punto di vista storico-architettonico, sia dal punto di vista ambientale-territoriale. A seguito dell’opera di restauro, terminata agli inizi del 2006, adesso è possibile una sua fruizione sia sociale che culturale, con organizzazioni di mostre, convegni e concerti.

All’altezza della centrale piazza della Repubblica la CHIESA DEL CARMINE. Nel suo aspetto attuale la chiesa è un rifacimento settecentesco dell’antica chiesetta della SS. Nunziata  già esistente nel 1578. 

La chiesa del Carmine, con pianta rettangolare, a una sola navata, è coperta da volta a botte, impostata su spessi muri in conci calcarei. Le finestre, alte nelle pareti, hanno sagoma rettangolare con arco. Il campanile, nella zona absidale, è stato aggiunto nel 1840. 

L’interno mostra una fredda decorazione di lievi stucchi, con dorature nella volta del presbiterio.  Le pareti laterali presentano cappelle scarsamente incavate. L’altare maggiore, in marmo policromo, è dedicato a “San Giuseppe”, gruppo ligneo verniciato in oro raffigurante il santo che tiene per mano il Bambino Gesù. 

Il secondo altare è dedicato alla “Madonna dell’Udienza”, statua alabastrina cinquecentesca di fine fattura, particolarmente venerata a seguito dell’epidemia di colera del 1837. Notevole è la bara in legno della Madonna dell’Udienza, opera di un artigiano locale della prima metà del secolo XIX.

Ottocentesche sono tutte le altre statue lignee contenute nella chiesa.

Nel presbiterio sono custoditi due dipinti ad olio: la “Madonna degli Agonizzanti”, con ricca cornice dorata; la “Madonna del Carmine con i SS. Simone Stoclet e Giovanni della Croce”.

Poco distante dalla piazza della Repubblica si erge la CHIESA DEL SS. ROSARIO, prospiciente sull’omonima piazzetta. Risale alla prima metà del XVII secolo, come risulta da un atto notarile del 1634; la fabbrica, iniziata lo stesso anno dietro licenza del vescovo di Agrigento mons. Traina, fu completata nel 1639. La chiesa a unica navata (m. 18x7) è coperta da volta in gesso con soprastante tetto a falde; la facciata a capanna presenta un portale in stile manieristico, mentre nel lato sud si trova un campanile dalle forme snelle, a base quadrangolare e con cuspide rivestita di piccoli conci policromi. L’interno è decorato di stucchi  affreschi dialettali attestanti la penetrazione del gusto protobarocco a Giuliana. Nell’estradosso dell’arco di trionfo, all’interno di quadri e ovali, si trova un ciclo di affreschi raffiguranti i misteri del SS. Rosario. Notevole per espressività e senso dinamico è la statua in legno di “S. Francesco di Paola”, firmata e datata al 1828 da Girolamo Bagnasco.

La chiesa, dopo aver versato per diversi decenni in uno stato di degrado, oggi è stata restituita ai cittadini grazie ad un lavoro di restauro che ha interessato sia l’esterno che gli interni.

CHIESA DEL COLLEGIO DI MARIA

Sorge nella piazza Eleonora d’Aragona, nel punto di confluenza tra la Via Roma e la Via Principe Colonna.

Iniziata a costruire nel 1771, la chiesa del Cuore SS. Di Maria, comunemente detta del Colleggio, fu completata nel 1817. Presenta un’unica aula dalla forma ellittica con lieve decorazione a stucco tardo-barocca.

Tra le tele visibili al suo interno si ricordano : “L’adorazione dei pastori” e “Maria SS. Della raccomandata tra i santi Francesco Saverio, Vincenzo, Luigi Gonzaga e Ignazio”; entrambi i dipinti sono attribuiti al pittore Giuseppe Genzaldi.

L’annesso collegio di Maria fu fondato dall’arciprete Francesco Rumore, con donazione di tutti i suoi beni, come risulta da un atto del 1757 rogato dal notai Francesco Bilello. Tale donazione fu approvata e riconosciuta dal vescovo di Agrigento mons. Andrea Lucchesi Palli.

Il collegio è costituito da un vasto fabbricato di oltre trenta vani che si svolgono attorno ad un giardino. Il prospetto principale, nella via Colonna, presenta pittoresche finestre con grate in ferro battuto.  

CHIESA DI SAN NICOLO’ DI BARI ( della Badìa)

Si affaccia, con la sua fiancata meridionale, sulla piazzetta del SS. Crocifisso. La chiesa di San Nicolò di Bari, comunemente detta dell’Abbadia, fu eretta nel 1550 unitamente all’annesso monastero delle suore benedettine dell’ex convento di san Benedetto già esistente nella parte occidentale del centro abitatato, nell’attuale quartiere di S. Antonio.

Nel 1886, a seguito della legge di soppressione dei beni ecclesiastici, le monache furono espulse e il fabbricato del monastero , acquistato dall’ avv. Tomasini, venne adibito ad uso di abitazione privata. L’ex monastero è tuttora leggibile in un vasto isolato addossato alla chiesa che racchiude un chiostro di rustica architettura accessibile da un ingresso ad arco dalla via Roma.

La chiesa di S. Nicolò di Bari, nelle sue forme attuali, è una trasformazione settecentesca di quella originaria. Ha pianta rettangolare di m. 23 x 7 e presenta all’interno una lieve decorazione a stucco di gusto provinciale.

La chiesa custodisce alcuni dipinti settecenteschi riconducibili verosimilmente a Fra Felice da Sambuca. Raffigurano:  “S. Gioachhino e S. Anna “; “S. Benedetto e S. Scolastica”; “La presentazione di Gesù al tempio”; “S. Nicolò di Bari”.

Sull’altare maggiore in marmo è unna  mediocre statua lignea dell’Immacolata. La chiesa contiene inoltre una bella urna, a pareti in vetro, col Cristo morto nonché taluni pregevoli paliotti ricamati in oro e corallo, opera delle stesse suore benedettine che nell’arte del ricamo erano espertissime.

PARCO SUBURBANO SANT’ANNA

Appena fuori dal centro abitato, tra Giuliana e Chiusa Sclafani, ci si imbatte in un polmone verde che si estende su circa 26 ettari. Un’oasi sub-urbana di rara ricchezza, custode di numerose specie botaniche e attraversato da un percorso naturalistico – ambientale di grande rilievo. Stiamo parlando del parco sub – urbano di Sant’Anna, da qualche anno intitolato a Peppe Altamore, personalità molto cara alla popolazione giulianese, che la realizzazione del parco ha fortemente desiderato. 

Il parco sorge ai piedi di uno degli altri rilevanti monumenti del piccolo gioiellino medievale: il convento di Sant’Anna, da cui ha  dichiaratamente preso il nome.

Il convento si erge su un piccolo colle circondato da querce. Sin dal 1402 si hanno notizie di un feudo chiamato “di S. Anna”, annesso al monastero di S. Nicolò del Bosco di Caccamo con all’interno la chiesa intitolata a S. Anna. Dopo il 1867, il cenobio fu soppresso, e venne affidato alla famiglia Lombardo di Chiusa Sclafani, ad eccezione di tre stanze e della chiesa, consegnate al comune di Giuliana. 

Purtroppo, il convento di S. Anna versa oggi in pessime condizioni, a causa dei danni subiti nel terremoto del 1968 e dall’incuria; la chiesa, chiusa al culto dal 1971, è stato oggetto di numerosi furti.

La sua semplice architettura in pietra, che richiama la povertà francescana, presenta 22 stanze, disposte su due piani, che si aprono su un chiostro con archi ogivali. Annessa al convento si trova la chiesa, che presenta un’unica navata; la facciata a capanna presenta un umile portale, sovrastato da una finestra.

Alcune opere sacre, come statue, dipinti e diverse reliquie, sono oggi custodite nella chiesa Madre di Giuliana e Chiusa Sclafani: fra queste, la reliquia di S. Anna e un piccolo quadro della Madonna.

Nel convento di S. Anna vissero tanti uomini, rimasti nella storia del francescanesimo per la loro santità di vita. 

Il parco e il suo piccolo cuore di fede sono diventati, da qualche anno, scenario di eventi e manifestazioni religiose e non. Una tra tante, la celebrazione della Santa Messa nel giorno di Sant’Anna, il 26 luglio, durante la settimana di Sant’Anna, per l’appunto, ritenuta la più canicolare dell’anno. 

Molti fedeli giulianesi e dei paesi limitrofi continuano a recarsi in pellegrinaggio presso questo luogo; un tempo, il pellegrinaggio avveniva a piedi scalzi, e si recitava il rosario in siciliano, concludendo la giornata con la sagra dell’anguria. 

Anche oggi, alla fine della sacra celebrazione, come da antica usanza, è stato ripreso il costume di offrire il rinfrescante frutto simbolo della calda estate meridionale.  

FESTE E TRADIZIONI POPOLARI 

LA FESTA DEL SS. CROCIFISSO – “U JORNU DU SIGNURI” 

La festa del SS Crocifisso a Giuliana viene celebrata il primo venerdì dopo la Pasqua di resurrezione, e tale giorno viene chiamato u jornu du Signuri. 

Narra la leggenda che il 24 aprile 1579 le campagne di Giuliana vennero salvate da una lunga siccità per intercessione di un crocifisso donato da ignoti alla chiesa di S. Margherita. 

La festa del SS. Crocifisso, curata dall’omonima Confraternita, è preceduta da un triduo con rosario e canzoni in dialetto siciliano e culmina con la processione il cui itinerario, anticamente ornato con rami di ilici, era percorso la sera della vigilia da numerosi cavalieri con torce in mano. La festa era preceduta anche dall’esposizione delle reliquie della S. Croce e della Sindone donate da Mons. Diego Aedos, arcivescovo di Palermo al suo cappellano Sac. Pietro Cremona.  È “tradizione” che ogni anno piova durante la processione o comunque scenda qualche goccia. Ciò, tra l’altro, lega il Crocifisso di Giuliana a quello di Chiusa Sclafani e Bisacquino. Fra questi tre Crocifissi sembra che ci sia un’intesa nell’erogazione della pioggia. Secondo credenza popolare, annualmente, un acquazzone è d’obbligo almeno per una delle tre giornate di sacra devozione in uno dei tre paesi. 

Legata alla festa del Crocifisso era la Sagra del pesce, tradizione di cui oggi resta soltanto il piatto tipico di u Jornu du Signuri sulle tavole degli abitanti giulianesi, ovvero la pasta con le sarde e il finocchietto selvatico. 

La sagra, celebrata in passato, nasceva da una leggenda legata a un’antica edicola votiva detta della Madunnuzza, scavata nella roccia e recentemente restaurata, ai piedi del castello di Federico II. Apparentemente, una lanterna era tenuta sempre accesa in segno di devozione davanti a tale cappella. In una sera di nebbia fitta, i marinai di Sciacca per rientrare in porto si orientarono con la fioca luce di questa lanterna e in segno di ringraziamento fecero il voto di portare il pesce a Giuliana, organizzando una vera e propria sagra. 

 

LA FESTA DELLA MADONNA DELL’UDIENZA 

La Madonna invocata sotto il titolo dell’Udienza, si venera presso la Chiesa del Carmine di Giuliana, rifacimento settecentesco dell’antica Chiesa della SS. Nunziata. 

Il suo culto fu introdotto in Sicilia dai Carmelitani, che già alla fine del XIII secolo avevano in Giuliana un convento dedicato a S. Antonio abate. 

Il titolo dell’udienza deriverebbe da un’antica tradizione carmelitana secondo la quale Maria ogni anno dopo la Pasqua si recava sul Monte Carmelo per ascoltare le suppliche dei fedeli. Dunque, Madonna che concede “udienza”, che ascolta i bisogni di chi la invoca.

Considerando il periodo in cui fu scolpita l’opera marmorea le origini del culto a Giuliana potrebbero risalire al periodo che va tra la fine del XV secolo e gli inizi del XVI secolo. Dapprima la devozione non dovette essere molto sentita; un documento dell’archivio parrocchiale di Giuliana, datato 1672, parla di un legato alla cappella della Madonna dell’Udienza e fa presumere la presenza di una certa venerazione. Nel 1709 la piccola comunità carmelitana di Giuliana fu trasferita altrove, e ciò rese meno intensa la venerazione alla Madonna dell’Udienza.

Il Culto per la Madonna dell’Udienza prese nuovo vigore nel 1837, anno in cui si manifestò una grande epidemia di colera, che provocò 284 decessi su una popolazione di circa 4000 abitanti. 

Alla Madonna dell’Udienza fu attribuita la fine del terribile morbo che decimava la popolazione. I fedeli, infatti, si raccoglievano in preghiera, guidati da Don Mariano Altamore, per scongiurare la pestilenza che stava causando tante perdite.

Un manoscritto dell’Ottocento, conservato presso la Biblioteca Comunale di Palermo, narra che tra le angosce della malattia il cappellano della Chiesa del Carmine pensò di accendere una lampada ad olio alla Madonna dell’Udienza e si accorse che la statua trasudava in diverse parti del corpo, soprattutto nella faccia, nel collo e nel petto.

I fedeli chiamati a raccolta, increduli, asciugarono il sudore della statua, e chiusero scrupolosamente  le porte della Chiesa, ma l’evento continuò anche nei giorni successivi: il sudore si manifestava in modo costante e ancora più abbondante. Il simulacro venne nuovamente chiuso in un luogo più custodito, ma anche questa volta il sudore continuò a manifestarsi, addirittura per cinque, sei volte pubblicamente. 

Contemporaneamente alla sudorazione della Madonna il colera cessò immediatamente.

I fedeli accorrevano con doni dalla loro mamma celeste, e si istituì una solennità il 2 luglio di ogni anno. Negli anni successivi, essendo il 2 luglio periodo della mietitura, la festa venne spostata al 3 settembre, data in cui si celebra ancora solennemente. 

I due giorni che precedevano la festa erano destinati alla fiera, che un tempo, essendo la comunità giulianese ad economia prevalentemente agricola, costituiva un’importante occasione economica e sociale per la comunità.

Spettacolare è ancora oggi la processione, curata dalla Confraternita Maria SS. Degli Agonizzanti, per le dimensioni e la pesantezza della vara che attraversa le piccole viuzze del paese. 

La festa è preceduta da un solenne novenario durante il quale si recitano le sette allegrezze di Maria SS. Dell’Udienza e si canta il rosario in dialetto siciliano.

Quella del 3 settembre è comunemente considerata la festa patronale di Giuliana. In realtà essa sostituisce quella di S. Giuliana vergine e martire che, ufficialmente, è ancora la patrona del paese.

Per un periodo il fercolo della Madonna dell’Udienza veniva portato in processione insieme al simulacro di Sant’Eligio, protettore dei muli, originariamente venerato dalla Confraternita Maria SS. degli Agonizzanti.

La statua della Madonna dell’Udienza è custodita, ancora oggi, nella Chiesa del Carmine. 

Per la festa dell’Immacolata Concezione del 1987, in occasione dell’anno mariano indetto da Giovanni Paolo II e del 150° anniversario del miracolo del colera, mons. Salvatore Cassisa, arcivescovo di Monreale, ha elevato la Chiesa del Carmine di Giuliana a Santuario della Madonna dell’Udienza.

Il simulacro alabastrino presenta caratteri vicini alla produzione Laurana e raffigura la Vergine che con la mano sinistra sorregge il Bambino e con la destra un melograno, simbolo dell’unità della Chiesa. La base con testine di cherubini alati reca le lettere AGP, iniziali del committente o dell’autore. Il fercolo processione della Madonna dell’Udienza, portato a spalla ogni anno il 3 settembre per le vie del paese, è una macchina lignea degli inizi dell’ottocento.

Il culto della Madonna dell’Udienza è diffuso anche in altri comuni della Sicilia, quali ad esempio la vicina Sambuca di Sicilia, Agrigento, Menfi, Sciacca, Santa Margherita di Belice.

FESTA DI S. GIUSEPPE

Il culto di San Giuseppe, affermatosi originariamente nel corso del IV secolo presso i copti, si diffuse in Occidente intorno al IX-X secolo con la comparsa della sua memoria nel calendario dei santi con il titolo “Giuseppe, sposo di Maria”.

Ancora oggi la tradizione della festa di San Giuseppe è abbastanza viva in Sicilia e si celebra il 19 Marzo, e coincide con l’arrivo della primavera e quindi con il risveglio della vegetazione. 

La festa richiama arcaici culti agrari della fertilità volti ad ottenere la protezione divina sui raccolti e per i cristiani è spesso un “voto”, un modo anche per fare beneficienza ai poveri. 

Volgendo uno sguardo al passato il culto di San Giuseppe viene collegato a dei culti antichi a carattere esoterico che ebbero particolare sviluppo in età ellenistica e durante l’impero romano, costituendo segni di un’ideologia piuttosto diffusa presso le civiltà cerealicole dell’aera mediterranea. Questi segni sono l’offerta votiva del pane e del grano fatto germogliare al buio, i cosiddetti giardini di Adone (figura mitologica greca alla quale viene ricondotta la nascita del grano) chiamati “lavureddi”  che vengono posti votivamente e simbolicamente sull’altare allestito in onore del santo.

A Giuliana la festa di S. Giuseppe viene celebrata con tre particolari costumanze: gli altari, ‘u bamminu, e le funzioni.

“L’artaru di San Giuseppi”

“Tutte le feste che si celebrano in onore di San Giuseppe condividono una caratteristica fondamentale, cioè la preparazione del banchetto collettivo che, come nelle feste di origine contadina, assume un valore propiziatorio teso ad assicurare buoni raccolti ricorrendo ai segni dell’abbondanza” (M.A. Di Leo).

Gli altari di San Giuseppe vengono allestiti in casa dalle famiglie per voto o per tradizione il 19 marzo o nella settimana precedente la festa o, comunque, entro il mese di marzo. 

Gli elementi principali del banchetto sono le fritture: di cardi, finocchi, broccoli, carciofi, asparagi, garufi; e il pane di San Giuseppe decorato in varie forme: quali la mano, il bastone fiorito, la barba del Santo; e il cosiddetto ''cucciddato'' (buccellato), forma di pane a ciambella, con superficie finemente intagliata e cosparsa di "giugiulena" (sesamo), dedicato alla Madonna. 

All’artaru fanno da cornice grandi rami di alloro, simbolo di gloria e di sapienza. 

Nella parete di fondo si dispone una coperta con sopra un lenzuolo ricamato che accoglie al centro il quadro di San Giuseppe con il Bambino Gesù o della Sacra Famiglia, affiancato da piante di lavureddu (lenticchie e grano fatti germogliare al buio) e fiori (balicu). 

Sui ripiani dell’altare si dispone il pane votivo, le fritture, la pignolata ( pasta frolla messa a friggere in olio bollente e poi amalgamata col miele a forma piramidale), la mollica (pane grattato condito con zucchero, miele, cannella, e pezzi di cioccolato), i dolci: cannoli, sfincioni e sfingi; e le brocche di vino e acqua, simboli eucaristici. 

Il gradino più alto viene utilizzato per i pani rappresentanti rispettivamente: 

• il bastone di San Giuseppe, simbolo del comando;

• la barba di San Giuseppe, simbolo della saggezza; 

• la mano di San Giuseppe, simbolo di benedizione, nonché riferimento alla manualità artigianale del santo falegname.

Ci sono poi altre forme di pane, animali, frutti, fiori, che nascondono un complesso sistema di simbolismi religiosi. 

Dinanzi all’altare si dispone, poi, la mensa per i santi, cioè di coloro che siedono alla mensa che un tempo erano scelti tra i più poveri del paese. I santi variano da un minimo di tre, rappresentando San Giuseppe, Gesù Bambino e la Madonna, a un massimo di tredici (Gesù con i dodici apostoli), a seconda del numero di cucciddati promessi a San Giuseppe dalla persona che organizza l’altare. 

Il padrone di casa serve i santi, provvedendo a distribuire le pietanze. 

I santi, dopo aver recitato una preghiera a San Giuseppe, aprono il banchetto mangiando tre spicchi d’arancia (che alludono all’opera di redenzione dal peccato originale, avendo lo stesso significato della mela che per tradizione è il frutto dell’albero del bene e del male) e un pezzetto di finocchio.

I santi concludono il banchetto con una preghiera di ringraziamento, e dopo di loro si alternano alla tavola i parenti, gli amici e tutti quelli che vogliono visitare l’altare.

Tutti coloro che visitano l'altare assaggiano le pietanze e ricevono il tipico pane intagliato: a cusuzza.  

Cadendo la festa di San Giuseppe sempre in Quaresima, è tassativamente abolita la carne. 

Le promesse degli altari di San Giuseppe, che è considerato l’avvocato delle cause impossibili, nascono dal senso di insicurezza e di precarietà esistenziale dei ceti subalterni. L’altare può essere allestito a proprie spese o tramite “questua”, in questo caso di parla di santu addumannatu. Prima la donna a piedi scalzi si mortificava a girare per il paese e chiedere offerte, in natura (olio, frumento, uova) o in denaro per allestire, appunto, l’altare.

Per voto o tradizione, numerosi altari venivano così allestiti presso le famiglie giulianesi sino a pochi anni fa. Oggi sopravvivono ma non numerosi come prima. Ci sono stati devoti che hanno fatto una promessa al santo “a tempo indeterminato”. Ne costituiscono esempi le promesse fatte da ex combattenti della seconda guerra mondiale, come Pietro Campisi, che ha allestito nel 2001 l’altare per la 52° volta consecutiva.

Ci sono poi famiglie che fanno l’altare di tanto in tanto per una specifica promessa, oppure più semplicemente preparano i cusuzzi  distribuendole alle famiglie più disagiate del paese, a parenti ed amici. In questo caso chi riceve il pane dice: <<San Giusippuzzu tu paga>> e il donatore risponde: << Iddu ava a essiri >>.

“A festa ‘u Bamminu”

La fuga e il ritrovamento di Gesù nel tempio da parte di Maria e di Giuseppe sta alla base del rituale giulianese noto come a festa ‘u Bamminu (la festa di Gesù Bambino), collegata a quella di San Giuseppe, che si svolge nei tre giorni precedenti il 19 marzo.

La festa di Gesù Bambino consiste nel trasporto di casa in casa della statuetta dorata dell’Infante Divino, che fa parte del gruppo ligneo di San Giuseppe, da parte dei falegnami del luogo che lo conducono a braccia lungo le vie del paese, preceduti dalla banda musicale, che invita le famiglie ad aprire gli usci delle loro case alla visita del Bambino.

La nisciuta di Gesù Bambino segue un rituale saldamente codificato dalla tradizione. Essa prevede che la prima giornata (16 marzo), dopo l’arrivo della banda, il parroco preleva la statuetta votiva dall’altare e la consegna al falegname più anziano, il quale inizia così la visita delle case di Giuliana.

I padroni di casa, ma in genere le donne, attendono sulla soglia il Bambino che viene adagiato per alcuni minuti sui talami (o posato sui tavoli), i devoti chiedono la grazia e lo riconsegnano quindi al portatore. I tavoli e i letti sono vestiti a festa, con coperte e centri antichi per accogliere il Bambinello, in segno di rispetto e accoglienza nei suoi confronti.

I bambini festosi accompagnano il Bambino da una porta all’altra.

Finita la visita, il Bambino viene riconsegnato sull’uscio di casa al falegname portatore, che correndo passa all’uscio successivo, dove un altro devoto sta ad attenderlo per un’altra breve visita.

È davvero emozionante assistere a questa scena:dai più piccoli ai più grandi c’è un’attesa impaziente di ricevere la visita del Bambinello che porta con sé tanta gioia e serenità!

Tuttavia la festa di Gesù Bambino a Giuliana è per antonomasia la festa “di ziti” (gli sposini).

Sono loro i destinatari principali del Bambino, al quale offrono, in segno propiziatorio, ai fini di assicurarsi la specie, un nastro annodato simile ad una coccarda, la scocca, che può essere di vari colori. La scocca, unitamente ad una cospicua offerta in denaro viene attaccata alle spalle del Bambino e si dice che i ziti mettinu a scocca.

È un momento di grande festa, alla presenza di amici e parenti il bambinello rimane più di qualche minuto sul letto dei novelli sposi, i quali provvedono ad offrire ai musicanti, che nel frattempo continuano a suonare, tra gli altri anche qualche pezzo ballabile, pizze e biscotti tipici giulianesi (Tetù). 

La visita del Bambino prosegue per tutte le case e le botteghe del paese. Ogni giorno si procede alla visita di diversi quartieri, la prima notte il Bambinello “dorme” presso la chiesetta della Madonna di Pompei, sita appunto in Piazza Pompei, il secondo giorno presso il Collegio di Maria.

L’ultima sera il bambino visita il circolo dei Civili e il circolo dei Mastri, siti in Piazza della Repubblica, dove i soci si dispongono in fila a baciare la statuetta approntando quindi un breve corteo, a lume di candeline, per accompagnare il ritiro in Chiesa del Bambinello.

Il Bambino rientra così in Chiesa.

RIEVOCAZIONI STORICHE 

Tra i principali eventi culturali di Giuliana, hanno assunto una peculiare rilevanza le diverse  Rievocazioni Storiche, messe in scena dal 1997 fino all’ultima edizione del 2009. Sono state rappresentate le rievocazioni figurate di momenti significativi della memoria storica locale.  

La piazza della Repubblica e le principali Vie del centro storico addobbate con bandiere blu e rosse, dai colori del gonfalone municipale, e animate dalle esibizioni degli sbandieratori di Motta Sant’Anastasia hanno visto sfilare i diversi cortei storici con signori, dame, cavalieri, paggi e mazzieri ,  interpretati da giovani “attori” giulianesi che per un giorno sono stati produttori di cultura. 

Delle ultime edizioni palcoscenico è stato il Castello di Federico II, che ha visto rivivere le sue stanze medievali come un tempo, con banchetti reali, giocolieri, falconieri e sbandieratori. 

Nel 2010, così, la Pro-Loco si è adoperata nella realizzazione della Giornata Federiciana 2010 dal titolo “Il Castello Rivive”, una manifestazione diversa dalle prime ma che ha comunque fatto rivivere le stanze dell’Antico Castello di Federico II  attraverso l’esposizione di mostre fotografiche sulle rievocazione storiche passate e sulle bellezze naturali di Giuliana e la riproduzione di squarci di vita nobiliare medievale, con giocolieri e musici-liutai. 

LA NASCITA DEL BAMBIN GESU’- IL PRESEPE VIVENTE

Tra i suggestivi scorci del quartiere “Pizzu Prituri” si svolge il Presepe Vivente, la più importante manifestazione del Natale di Giuliana. Tale manifestazione è stata pensata con l’obiettivo di riscoprire, nella cornice della dolce atmosfera Natalizia, alcune nostre tradizioni, percorrere sentieri e viuzze da tempo inesplorati,  promuovere la diffusione e la valorizzazione dei prodotti agroalimentari e artigianali locali, favorire la partecipazione delle famiglie e condividere con queste un percorso di crescita e conoscenza, rafforzare l'identità culturale, la coesione ed il senso di appartenenza, incoraggiando così, il recupero delle proprie radici e stimolando la riflessione sul mistero di Dio fatto Bambino. 

La manifestazione segue, ormai, uno schema consolidato, con la presenza di capanne allestite appositamente e casolari antichi lungo i sentieri, ospitanti i mestieri e i mercati del tempo. All’interno vengono esposti al pubblico i prodotti artigianali e le specialità enogastronomiche tipiche della zona, quali “muffolette” con ricotta,  pane di S. Giuseppe, formaggi di vario tipo, salsiccia essiccata, olive e vino locale, ed inoltre si effettuano dimostrazioni in tempo reale come la salsiccia arrostita, la pecora bollita, le lenticchie, le focacce, la ricotta e i “’carbusci”, un tipico “dolce” giulianese consistente in pasta di pane fritta con zucchero e cannella. I visitatori possono degustare solo aver assistito alla rappresentazione del viaggio a Betlemme di Giuseppe e Maria,  lungo le viuzze interne al quartiere. 

Ecco riprendere vita un mondo, quello tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, tipicamente rurale e artigianale, scene di vita quotidiana e di mestieri vari, realizzati con estrema naturalezza. Da questo mondo di umili e semplici si sprigiona una sacralità che tocca il suo culmine nell’ultima scena, la più importante, la Natività.

Spiritualità, tradizione e cultura popolare si  intrecciano , così, sullo sfondo naturale di “Pizzo Prituri”, dando vita ad uno scorcio di esistenza passata in cui singolari sono la semplicità e l’armonia piene di valori autentici e profondi.  Giuliana, un fascino senza tempo.

 

SPECIALITÀ ENOGASTRONOMICHE

 

Il territorio di Giuliana vanta ancora oggi, all’interno della sua tradizione enogastronomica, l’utilizzo prevalente di prodotti che provengono “dalla terra”, ovvero di materie prime coltivate o lavorate direttamente dalle famiglie. Non è inusuale, infatti, che le donne giulianesi comprino ancora la farina direttamente al mulino per preparare il pane per il consumo giornaliero, avendo la possibilità di sfruttare gli antichi forni a legna in pietra o i più moderni forni in ferro presenti in molte case.

L’alimentazione quotidiana è costituita in gran parte da verdure, ortaggi e frutta provenienti dagli orti personali, mentre la carne ed i latticini vengono spesso acquistati da allevamenti dello stesso territorio. Anche le conserve vengono preparate ancora oggi con l’utilizzo di alimenti prodotti personalmente: in tutte le case giulianesi, durante il periodo estivo, si procede alla preparazione d’i buttigli, ovvero le conserve di salsa di pomodoro necessarie per l’inverno, ma vengono anche preparate conserve di minestroni, marmellate, ortaggi e, anche se in minore quantità, ’u strattu, cioè il concentrato di salsa di pomodoro (utile per la preparazione del sugo di carne), che viene lasciato essiccare al sole, e che si conserva nella brunìa, recipiente di terracotta, oggi di vetro, usato anche per la conservazione delle olive in salamoia.

Proprio le olive sono al centro delle attività agricole sia familiari che commerciali: il territorio di Giuliana, infatti, consente la coltivazione di diverse varietà di olive, tra le quali l’oliva Giarraffa, da poco riconosciuta con l’approvazione del disciplinare DE.C.O. (denominazione comunale di origine). Le olive vengono raccolte e portate personalmente al frantoio per la produzione dell’olio per uso personale, ma vengono anche coltivate e vendute come olive da mensa, sia nella varietà verde che nera.

 

I piatti tipici della tradizione sono legati alle ricorrenze religiose; generalmente per Natale e Pasqua si prediligono piatti a base di carne, quali i brusciuluna (carne avvolta e legata con all’interno uova sode, formaggio, pepe e lardo, generalmente cotta nella salsa), con il cui sugo si condisce la pasta (gnuccareddi o lasagni), o carni di agnello (‘u crastu) o di maiale. Fino a qualche anno fa le famiglie avevano l’abitudine di acquistare dagli allevatori locali un quarto di maiale, u pedi d’u porcu, dal quale ricavare tagli di carne, salsiccia condita e lasciata essiccare appesa al soffitto, e u prisuttu,  ricoperto di sale, pepe e peperoncino e conservato dentro un cassetto del tavolo.

La sera della vigilia, invece, si prediligono piatti più poveri quali cavoli, baccalà, broccoli ed altre verdure fritte.

Uno dei piatti tipici del periodo di Carnevale sono i classici maccarruna cu u sucu, pasta a baste di uova ottenuta facendo arrotolare dei pezzetti di pasta intorno ad un ferro per lavorare a maglia (guglia di cazetti) e condita con il sugo preparato con lo strattu e la carne di maiale.

Per la festa dedicata a S. Giuseppe, poiché questa ricade sempre all’interno della Quaresima, la carne non è prevista all’interno dei menù della festa, per cui i primi piatti prevedono pasta cu i sparaci (asparagi selvatici), pasta cu u sucu di garufi (erba commestibile che cresce spontaneamente in terreno arido) o pasta cu a muddica (pangrattato abbrustolito e condito con miele, zucchero, noci macinate, cannella e pezzetti di cioccolato); i secondi piatti prevedono le classiche fritturi di san Giuseppi, costituite da broccoli, carduna (cardi), finocchi, sparaci e garufi bolliti, passati nell’uovo con il formaggio grattugiato ed il pepe, infine fritti in abbondante olio: questi piatti sono proprio quelli previsti per la cena dell’altare di S. Giuseppe.

In occasione della festa del SS. Crocifisso, essendo questa una festa legata ai marinai di Sciacca, la tradizione prevede la preparazione della pasta cu sardi e finocchi e merluzzu vugliutu (merluzzo bollito), proprio il merluzzo che viene donato dal fidanzato alla promessa sposa in occasione della festa.

 

I dolci della tradizione sono prevalentemente costituiti da farina, ricotta dolce, frutta secca e zucchero; generalmente si preparavano i sfinci d’ova (pasta a base di uova, strutto e farina, fritti in abbondante olio e ricoperti di zucchero e cannella), i picureddi di Pasqua (impasto di farina di mandorle e zucchero a forma di pecorella), i cannulicchia d’ova (sottilissima sfoglia di uova fritte con ricotta dolce, tagliata ed arrotolata), l’abbruscatu (mandorle abbrustolite e condite con zucchero e miele, tagliato a pezzetti) e la cassata (variante della cassata siciliana, preparata con un pan di spagna tagliato a strati, bagnato con liquore o acqua e limone zuccherato, condito con ricotta dolce e rivestito di cucuzzata, marmellata di zucchine, e pezzetti di cioccolato). Più frequentemente si preparavano i tassidduzzi, cioè palline di pasta, generalmente ricavate dal semplice impasto del pane, fritte e poi ricoperte di zucchero e cannella; altro dolce semplice che veniva preparato durante il periodo natalizio erano i viscotta cu i ficu, biscotti con ripieno di fichi fatti essiccare e conditi con pezzi di cioccolato, marmellata di zucchina, cannella, noci tostate e zucchero. I fichi vengono raccolti durante l’estate e lasciati essiccare durante l’autunno.

 

L’alimentazione quotidiana dei nostri giorni è ancora simile, in parte, a quella dei nostri avi, in quanto vede ancora come protagonisti la pasta, verdure e legumi, uova e carne una o due volte a settimana; nella stagione invernale spesso si consumano pasta cu i linticchi e i favi sicchi (pasta con lenticchie e fave secche), pasta cu a sarsa di purpetti d’ova (pasta condita con salsa in cui far cuocere polpette di uova e pangrattato), pasta cu i piseddi stufati, tagliarini cu favi e ricotta, favi pizzicati cu i giri (fave secche non sbucciate, bollite con verdura), vrocculu a stufatu semplici o riminatu cu a pasta (broccolo bollito con cipolla, aglio, sale, pepe e salsa) e molte uova e froscie di ova, ricotta e sparaci (frittata con uova, ricotta ed asparagi). Nei mesi caldi si prediligono piatti come lasagni cu a sarsa frisca di milinciani (pasta fresca con salsa e melenzane); durante le prime piogge si preparano bbabbaluci cu l’agliata (lumache con olio ed aglio) o crastunedda ammuddicati (lumache appartenenti alla famiglia delle arionidi, bollite e poi passate in padella con pangrattato, formaggio grattugiato, prezzemolo, sale e pepe). Uno dei piatti della domenica, di facile preparazione ed adatto per tavolate numerose, specie durante i lavori in campagna, sono ancora oggi i purpetti aggrassati (polpette fritte e passate in tegame con patate, alloro e poca salsa di pomodoro), preparate anche come pranzo a sacco durante la raccolta delle olive.

BIBLIOGRAFIA

Marchese A. G, La festa di San Giuseppe a Giuliana, edizioni ila palma, Palermo 2002.

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Marchese A. G., LE CHIESE BAROCCHE DI GIULIANA

Campo V., Scaturro G, Maria SS. Dell’Udienza, edizioni Palladium, Corleone 2001.

Marchese A. G, La festa della Patrona di Giuliana “Maria SS. Dell’Udienza”, edizioni ila palma, Palermo 1998

Marchese A. G., Il castello di Giuliana – Storia e architettura, ILA Palma, Palermo, 1996

Marchese A.G., Polittico Siciliano scritti d’arte e di storia, ILA Palma, Palermo 1988

Campo V., Scaturro G., Il convento di S. Anna di Giuliana, Palladium, Corleone 2001

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