Cenni storici

Immerso nel fitto di una natura rigogliosa tra tesori nella valle del Belice, ai piedi del versante settentrionale del monte Genuardo nasce il piccolo borgo medievale di Contessa Entellina. Il nome onora  la contessa Caterina Cardona, che fondò il paese. Il paese sorse sulle rovine abbandonate di un antico casale preesistente. Il Casale di Comitissa. La fondazione di Contessa viene attribuita agli albanesi. Il casale di Contessa fu ricostruito ed abitato da quei Greci (Albanesi), che in passato si erano fermati a Bisiri, castello nel territorio di Mazara. Nel 1462, i Bisirioti di Contessa, vista la propria patria in pericolo, abbandonarono il casale per raggiungere nuovamente l’Albania e, guidati da Skanderbeg, riportarono vittorie sui musulmani, cosi, in seguito, le famiglie più nobili e ricche, lasciarono la terra natia in preda al pericolo, per ritornare in Sicilia. Con questi profughi vediamo cosi tornare, perché chiamati dai Cardona, i primi fondatori di Contessa, a cui il barone assicurò tutta la sua protezione. Morto il conte Antonino Cardona, ottenne l’investitura il figlio Alfonso che accolse il ritorno degli Albanesi, dando loro in affitto per 9 anni i due feudi di “Contesse” e “Serradamo”, però, prima che scadesse tale affitto, gli albanesi chiesero ed ottennero dal conte la concessione dei due feudi, concretata nel 1520 che si impegnavano di assumere tra gli obblighi dietro tale concessione, quello di diroccare e riedificare l’abbandonato casale e favorirne la ripopolazione, cosi, gli Albanesi reclutarono altri compatrioti per aumentarne la popolazione attraverso profughi nuovi che trovarono subito ricovero nelle terre di Contessa, in cui furono mandati dal barone sotto la protezione del Cardona, occupandosi della coltura dei campi e della pastorizia.

Dopo l’unificazione del regno d’Italia, nel  1875, Contessa  per avere nel suo territorio l’antica città di Entella (città degli Elimi, distrutta da Federico II nel 1224, che si credeva sorgesse nell’antica rocca di Entella), si chiamò anche Entellina per distinguersi dalle frazioni omonime in provincia di Messina e in Toscana. La parte più antica del paese oggi ospita strutture di nuova costruzione , dato che nel 1968 la città fu colpita da un grave terremoto che ha raso al suolo gli originali casolari. Comprende, inoltre, quattro borghi, Piano Cavaliere, Borgo Roccella, Cozzo Finocchio, Castagnola.

L’identità italo-albanese e greco-bizantina è principalmente caratterizzata dai tre fattori : LINGUA, RITO, COSTUMI, testimonianze ancora vive. Il paese, insieme a Piana degli Albanesi e Santa Cristina Gela, fa parte delle comunità albonofone di Sicilia dove ancora l’antica lingua albanese viene parlata.

Contessa Entellina

Musei e Monumenti 

Addentrandoci nel paese cattura l'attenzione  l’Antiquarium di Entella inaugurato nel 1995.   Nato dalla collaborazione tra il Comune di Contessa Entellina, la Scuola Normale Superiore di Pisa e la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Palermo, ma soprattutto dalla volontà del prof.  Nenci, direttore della missione archeologica a Rocca d’Entella,  scomparso qualche anno addietro, il quale dal 1984 aveva guidato le campagne di scavo nel sito della città elima.

Il museo è concepito con un sistema di moduli didattici autonomi e allo stesso tempo interdipendenti, legati da un filo conduttore comune. 

Il percorso immette il visitatore nella struttura urbana della città, lungo le fortificazioni che si snodano nel versante nord per 1.100 metri, databili al VI secolo a.C., con successivi rifacimenti del IV secolo a.C. e con le due porte di accesso alla città e alla necropoli sud.

Il settore centrale del museo è dedicato alla stratificazione storica vista attraverso la cultura materiale. Si parte dalla preistoria con le asce neolitiche e le selci lavorate, per passare al tardo bronzo con ceramiche in stile Thapsos e Milazzese e naturalmente alla notevole produzione ceramica cosiddetta elima, sia impressa che dipinta a motivi geometrici. In tale settore si evidenzia un’anfora a motivi geometrici incisi ed impressi a decorazione antropomorfa e zoomorfa del VII secolo a.C., proveniente dalla necropoli sud. Il settore espone, inoltre, numerosi reperti ceramici di importazione attica del VI e V secolo a.C., a figure rosse e nere. 

Il punto cardine del museo è costituito dal granaio ellenistico in cui sono contenuti i reperti più significativi delle varie fasi di utilizzo e il loro contesto di rinvenimento; oltre ai contenitori di derrate e alle anfore.

Particolarmente suggestiva è la ricomposizione di uno squarcio della necropoli ellenistica, ricostruito nel contesto di scavo utilizzando riproduzioni di calchi in vetroresina degli inumati e le coperture sepolcrali originali. Nella tomba è stata rinvenuta un’iscrizione funeraria in greco che consente di conoscere pure il nome della donna sepolta: Takima.

Numerosi i reperti esposti di uso quotidiano. Particolarmente interessanti le ciotole “cobalto e manganese” databili al XII e XIII secolo, oltre alla ceramica invetriata caratteristica del periodo arabo-normanno.

Numerose sono le lingue che si sono parlate ad Entella nel corso dei secoli ognuna delle quali  ha lasciato una testimonianza incisa sui ceppi, nelle ceramiche, sulle monete e sui materiali giunti fino a noi.

Il settore conclusivo è dedicato all’epigrafia e alle monete rinvenute ad Entella, sia quelle della zecca della città risalenti al V secolo a.C., che quelle provenienti da altri centri.

Dopo aver visitato l’Antiquarium di Entella, rimane il solo rammarico di non aver potuto osservare, se non in splendide gigantografie esposte in una apposita galleria, le famose tavole con i decreti di Entella, due delle quali si trovano nel Museo Archeologico Regionale di Palermo, mentre le altre sei sono ancora all’estero.

L’esposizione dei reperti risalenti al periodo medievale, sono stati rinvenuti in prevalenza nell’unico castello scavato interamente, Kalatamauru. 

Il castello di Calatamauro di origine bizantina è stato presidio degli arabi. Nel  XV secolo ormai aveva perso qualsiasi importanza militare e fungeva solamente da centro amministrativo-feudale; funzione che venne meno alcuni decenni dopo con l’arrivo degli arbërëshe e la costituzione dell’Università di Contessa. 

Nel 2006 sono iniziate le prospezioni archeologiche sotto la direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa e della Soprintendenza Archeologica di Palermo. Le indagini hanno messo in luce l’intero percorso della cinta muraria inferiore, risulta rinforzata da 6 torri quadrangolari.

E’ stato individuato un tratto dell’antico sentiero che costeggiando parte delle fortificazioni arrivava alla porta d’accesso all’area del Castello. Procedendo dalla porta d’accesso verso Ovest seguendo il filo interno del muro di fortificazione della cinta esterna, sono state messe in luce due sepolture. Si tratta di due fosse terragne rivestite da lastrine, di una fase probabilmente tarda dato che utilizzano come limite Nord proprio il muro di cinta. Le sepolture sono in decubito dorsale, orientate con il cranio ad Ovest e gli arti inferiori ad Est, entrambe infantili, una probabilmente di neonato.

 Proviene dal castello di Calatamauro il celebre mosaico bizantino di madonna con bambino del VII sec. d.c. custodito nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis di Palermo.

Abbazia di Santa Maria del Bosco

Un tempo il campanone di Santa Maria del Bosco ha diffuso i suoi rintocchi per tutta la valle del Belice. Per parecchi secoli i pellegrini che giungevano da Contessa, Bisacquino e Giuliana e da altri paesi limitrofi gremivano la chiesa, i chiostri ed i cortili. Questo monumento di interesse storico, architettonico e religioso è una delle testimonianze più significative del patrimonio culturale del territorio.

Chi visita S. Maria del Bosco oggi rimane affascinato dalla straordinaria bellezza monumentale della chiesa, che apparentemente sembra rimasta intatta a chi dall’esterno guarda la facciata, il campanile e le strutture murarie del lato Nord. Questa gratificante visione di bellezza architettonica rimane profondamente delusa però appena si scopre che, dietro la facciata ed il portone chiuso, non esistono più il soffitto, le cappelle del lato Sud, il pavimento, il transetto, gli stucchi, i marmi, gli altari, le pitture ecc. La chiesa è stata ridotta in un mucchio di macerie sia per il terremoto del 68 che per l’incuria precedente. Il complesso edilizio costituito da due chiostri non ha avuto la stessa sorte della chiesa, perché il proprietario, la famiglia inglese, ha curato la sua conservazione con impegnativi interventi di manutenzione. Parte dei locali e degli spazi di S. Maria del Bosco, che sono ancora agibili, si prestano oggi ad una fruizione culturale e turistica. Infatti tale complesso monumentale, inserito in un ammirevole polmone verde, richiama centinaia di visitatori.

La Chiesa SS. Annunziata (KLISHA), dedicata anche a S. Nicola, patrono di Contessa Entellina, è sede della parrocchia di rito greco ed é dotata di iconostasi. L’antica cappella diroccata, esistente quando arrivarono gli albanesi nel casale di Contessa, fu ricostruita e ampliata . La ricostruzione fu iniziata nel 1520 e venne adattata alle esigenze del rito greco. Chiusa al pubblico dopo il terremoto del 1968 è stata restaurata e riaperta al culto. E' costituita da tre navate con cappelle laterali. Dalla navata laterale destra si accede alla sottostante antica cappella. 

La Chiesa di S. Maria delle Grazie (Shën Mëria) fu costruita (secolo XVI) nelle vicinanze del luogo dove, secondo la tradizione, fu trovata una immagine della Madonna dipinta su una lastra di pietra. Inizialmente di rito greco, fu ceduta provvisoriamente ai fedeli di rito latino nel 1698 con la riserva di alcuni diritti a favore dei greci: , canto del "Cristòs Anésti" nei primi tre giorni dopo Pasqua, canto della "Paràclisis" nella prima quindicina di agosto; vespro, messa solenne e processione in occasione della festa annuale -otto settembre - della Madonna della Favara. Sede della parrocchia di rito latino, è dotata di casa canoni

La Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, di rito greco, edificata verso il 1700, é costituita da una sola navata con iconostasi. Si trova al centro del paese (piazza Umberto I). E' stata restaurata dopo il terremoto del 1968. 

La Chiesa di S. Rocco é costituita da una sola navata di piccole dimensioni. Costruita alla fine del secolo XVII, verso il 1744 fu restaurata. Inagibile dopo il terremoto del 1968, é stata restaurata e recentemente riaperta al culto. E' dotata di iconostasi. Custodisce un prezioso e antico organo a canne del secolo XVIII e la prima iconostasi (1938) della chiesa parrocchiale greca.

La Chiesa "Regina del Mondo", sede della parrocchia, costituita nel 1958 nel borgo rurale Piano Cavaliere, é stata costruita dopo il 1950: una sola navata con annessa la casa parrocchiale.

La Chiesa Odigitria , nella contrada rurale omonima, costruita dai profughi albanesi, è rimasta incompleta. E' stata in parte restaurata nel 1958. Afferisce alla parrocchia greca. E’ il monumento storico della memoria, dove ogni anno a Pentecoste si va in pellegrinaggio per ringraziare la Madonna Odigitria, che guidò i profughi albanesi in Italia, e per ricordare col canto popolare “E bukura Moré” (o mia bella Morea) la pratria lontana lasciata per sempre dagli antenati albanesi.

La piccola Chiesa di S. Rosalia (navata unica), costruita alla fine del secolo XIX da Epifanio Viviani, si trova nella contrada omonima ed afferisce alla parrocchia latina.

La cappella di S. Calogero si trova nella contrada omonima, sulla strada provinciale, che porta verso Sciacca.

Nel borgo rurale Pizzillo a Nord-Ovest di Contessa, si trova la chiesa rurale della Comunità Trinità della Pace..

La chiesa di S. Antonio Abate, nel borgo rurale Castagnola, fu costruita dopo il 1950 e aperta al culto nel 1990. Costituita da una sola navata, é dotata di iconostasi ed afferisce alla parrocchia greca. Vi si celebra la messa saltuariamente.

La piccola cappella dedicata a S. Giuseppe si trova all'interno del "Parco delle Rimembranze", vicino al cimitero. Costruita nel 1927, é stata recentemente restaurata.

La cappella rurale di S. Antonio di Padova, costruita nella seconda metà del secolo XIX, si trova nel feudo Bagnatelle. Danneggiata e inagibile dopo il terremoto del 1968, é' stata recentemente ricostruita con le caratteristiche originarie. 

La cappelletta dedicata alla Madonna del Balzo si trova nel quartiere omonimo del centro abitato (via S. Nicolò).

Siti di interesse naturalistico

La Riserva Naturale Orientata Monte Genuardo e S.Maria del Bosco

L'aspetto naturalistico della riserva rappresenta ciò che resta delle antiche foreste che ricoprivano questi territori, ma non solo. All'interno dell'area protetta si trovano diversi ambienti: Monte Genuardo (1.180 m s.l.m.), la zona di Santa Maria del Bosco e la Località Bosco del Pomo, ma tutta la zona, dal punto di vista geologico, è interessata da lenti e imponenti movimenti franosi che, associandosi all'azione di erosione superficiale delle rocce, ha portato alla formazione di immensi blocchi rocciosi e disarticolati, sul più esteso dei quali si ritrova l'insediamento di Adranon. Da Monte Gurgo, sul settore settentrionale di Monte Genuardo, questo fenomeno è ben visibile. Il Monte è un massiccio carbonatico formatosi per la lenta sovrapposizione di sedimenti fossili su fondali marini antichissimi risalenti al Trias superiore (Era Secondaria: per intenderci, al tempo dei dinosauri) e via via attraverso le varie fasi climatiche e tettoniche sino ai sedimenti di argille e calcareniti dei giorni nostri.

La Flora

Sul versante nord-occidentale del monte si trovano boschi naturali frammisti a rimboschimenti di specie esotiche. Sul versante meridionale il fitto e continuo lecceto è interrotto, di tanto in tanto, da nuclei di roverelle (specie di querce caducifoglie), soprattutto laddove il suolo è più profondo, e da individui di acero campestre e orniello. Nel sottobosco numerosi sono gli arbusti come il biancospino comune, la rosa canina, il falso pepe montano, la vitalba e l'edera, e le diverse specie erbacee tra cui l'endemico pigamo della Calabria e il giglio puzzolente.

Notizie sulla Fauna:

Il lodolaio E’ una rara specie di falco. Lungo 38-48 cm, rispetto agli altri falchi ha, in proporzione, la coda più corta. Vive in zone aperte vicine ai boschi e depone le uova in vecchi nidi di corvidi. Va a caccia di uccellini e grossi insetti e somiglia parecchio al falco pellegrino, da cui si differenzia per la livrea (oltre che per la lunghezza delle ali): ha mustacchio appuntito, più stretto rispetto a quello del falco pellegrino, e le parti inferiori striate. Sottocoda e calzoni sono castani. Nele aree umide le rane verdi gracidano inconsapevoli del pericolo; possibili sono, infatti, gli incontri con la biscia dal collare, buona nuotatrice che predilige, nella sua dieta, anche i rospi comuni, animali che invece stazionano nei boschi. Nell’area silvana sono ben rappresentati innanzitutto la volpe e la martora, tipici del bosco siciliano, mentre è dubbia la presenza del gatto selvatico. Tra bosco ed aree aperte gravitano il comune coniglio selvatico, l’elusivo istrice e micromammiferi come il toporagno di Sicilia e l’arvicola di Savi, vittime dell’allocco e del barbagianni, rapaci notturni. Sulle aree aperte si trova anche il lodolaio, falco considerato raro in Sicilia, che qui nidifica e che viene espressamente citato fra le motivazioni dell’istituzione della riserva. Nel bosco si trovano le solite piccole presenze vivacissime: fringillidi e cince, spesso vittime dello sparviere di cui abbiamo più volte parlato nelle riserve in cui il bosco domina, e poi capinere e ghiandaie, cornacchie grigie, piccoli roditori e rettili tra cui il bellissimo ramarro, un lucertolone dalla splendida livrea smeraldina (col capo azzurro nei maschi), e le lucertole comunemente note: la campestre e la siciliana. Ma anche gongili, gechi ed emidattili. Tra i serpenti ci sono anche il saettone e la vipera, unico rettile velenoso presente in Sicilia. Sui tronchi degli alberi abitano correnti di esploratori in salita o in discesa: verso l’alto risale il rampichino, passeriforme detto localmente acchianazucchi, dotato di un becco molto lungo e ricurvo, adatto a scovare insetti tra le cortecce degli alberi; mentre in discesa va il picchio muratore (che picchio non è) che col becco potente e appuntito va in cerca di insetti e di semi. Il vero picchio è quello rosso maggiore, ma di lui echeggiano solo le tracce sonore. In queste zone si trova anche il cinghiale, reintrodotto da qualche decennio.

Informazioni turistiche:

L’aspetto naturalistico della riserva rappresenta ciò che resta delle antiche foreste che ricoprivano questi territori, ma non solo. All’interno dell’area protetta si trovano diversi ambienti: Monte Genuardo (1.180 m s.l.m.), la zona di Santa Maria del Bosco e la Località Bosco del Pomo, ma tutta la zona, dal punto di vista geologico, è interessata da lenti e imponenti movimenti franosi che, associandosi all’azione di erosione superficiale delle rocce, ha portato alla formazione di immensi blocchi rocciosi e disarticolati, sul più esteso dei quali si ritrova l’insediamento di Adranon. Da Monte Gurgo, sul settore settentrionale di Monte Genuardo, questo fenomeno è ben visibile. Il Monte è un massiccio carbonatico formatosi per la lenta sovrapposizione di sedimenti fossili su fondali marini antichissimi risalenti al Trias superiore (Era Secondaria: per intenderci, al tempo dei dinosauri) e via via attraverso le varie fasi climatiche e tettoniche sino ai sedimenti di argille e calcareniti dei giorni nostri. Sulla superficie affiorano anche depositi di lave sottomarine, le cosiddette pillow lavas o lave a cuscino, dovute ad attività eruttive risalenti a circa 135 milioni di anni fa (Giurassico-Cretaceo inferiore), depositi che si ritrovano lungo la strada per Santa Maria del Bosco e, in spessori più consistenti, in prossimità della vetta di Monte Genuardo.

Riserva Naturale Integrale Grotta di Entella

Contesto geografico

La Riserva Naturale Integrale Grotta di Entella è ubicata nella Sicilia centro-occidentale, in una zona in cui l’unico esempio di intervento mirato allo sviluppo del territorio è costituito dalla Diga Garcia, ai piedi della Rocca di Entella. Sbarrando il fiume Belice Sinistro, ha dato origine al lago omonimo.

La diga, realizzata dal Consorzio per l’Alto e Medio Belice nella prima metà degli anni ’80, ha permesso di risolvere, nel territorio circostante, l’annoso problema dell’irrigazione delle colture.

Questo lago, oltre a dare beneficio all’agricoltura, ha senza dubbio “addolcito” il paesaggio circostante integrandosi perfettamente in esso.

E’ diventato anche un riferimento per gli uccelli migratori che vi sostano in gran numero durante il periodo di svernamento.

La Riserva ricade nel territorio comunale di Contessa Entellina, poco distante dai comuni di Poggioreale e Monreale e delle provincie di Palermo e Trapani.

Nei pressi della Rocca vi è un importante sito archeologico: l’antica città elima di Entella.

La Rocca di Entella

La Grotta di Entella, motivo dell’istituzione della riserva, si sviluppa all’interno della Rocca (557 mt. s.l.m.), un rilievo isolato posto a monte della confluenza del fiume Belice Sinistro con il Belice Destro. In tutto il promontorio della Rocca non sono presenti corsi d’acqua superficiali, e le acque piovane si infiltrano nel sottosuolo andando ad alimentare il Vallone di Petraro e alcuni affluenti del fiume Belice Sinistro che si originano più a nord del promontorio roccioso. Le rocce della Rocca sono di origine gessosa, a grandi cristalli e in strati di spessore di 2-3 m. Queste rocce, che appartengono alla serie “gessoso-solfifera”, si sono formate circa 6 milioni di anni fa.

Una caratteristica peculiare del gesso è l’estrema solubilità e la facile modellabilità sotto l’azione delle acque piovane. Queste, scorrendo in superficie, generano una grande varietà di forme carsiche superficiali. Infiltrandosi poi nelle fratture della roccia, esercitano una azione di dissoluzione, scavando nel loro percorso le grotte.

Aspetti faunistici e vegetazionali

La Rocca è a tutti gli effetti una “isola” bio-ecologica. Molto interessanti sono gli aspetti della vegetazione naturale, come la prateria steppica dominata dall’ampelodesma, grossa graminacea cespitosa che frena l’erosione. Fra gli animali vi sono molti passeriformi, conigli, volpi, istrici.

La parete rocciosa è un luogo di sosta o nidificazione per molte specie di uccelli, in particolare rapaci (poiana, falco pellegrino, gheppio). In questo ambiente si è insediata una vegetazione rupicola particolare, con la presenza di specie adatte ai sub-strati gessosi, come ad esempio la “Sedum gypsicola”, specie mediterranea abbastanza frequente sui gessi siciliani ma assente nel resto d’Italia; e la crucifera “Diplotaxis crassifolia”, endemica del Mediterraneo sud-occidentale. Altre specie trovano rifugio sulle rupi della Rocca, coma “Euphorbia dendroides” e “Gypsophila arrostii”.

La Grotta di Entella

E’ una cavità ormai inattiva, poiché al suo interno non vi è più scorrimento costante di acqua. La parte attualmente rilevata ha uno sviluppo complessivo di circa 400 metri. Recenti esplorazioni, condotte dal personale della riserva e da volontari del C.A.I. di Petralia Sottana, hanno permesso di scoprire un nuovo ramo, posto a quota più alta degli altri livelli conosciuti, di notevole interesse archeologico, speleologico e geologico. Lo sviluppo complessivo della grotta è così salito a circa 1 Km. L’ingresso, di forma vagamente ellittica (1,50 x 1,40 mt.), si apre alla base della parete Ovest della Rocca, ad una quota di 388 mt. Era il punto in cui le antiche acque ritornavano alla luce dopo il percorso nel cuore della montagna.

Il tratto iniziale della grotta è costituito da una galleria meandriforme lunga circa 10 mt. e larga 1, attraverso la quale si raggiungono le parti più interne del sistema carsico sotterraneo, passando per grandi saloni, piccoli salti, tratti appena percorribili per le ridotte dimensioni, scivoli e pozzi che immettono nei rami più alti della grotta. Questa, infatti, si sviluppa su almeno 4 livelli di gallerie.

La visita di una grotta è sempre una “avventura” per i visitatori occasionali, ma ancora di più lo è la visita di una grotta nei gessi. Le pareti, costituite da macro cristalli di gesso, luccicano alla luce delle torce, mentre splendide infiorescenze di cristalli di gesso, stalattiti e stalagmiti contribuiscono a rendere ancora più suggestivo questo scenario da fiaba. Sulle pareti della grotta si notano i segni che l’acqua ha lasciato nel suo incessante scorrere verso il basso, i canali di volta e i pendenti, i consistenti depositi di materiale alluvionale trasportati dal fiume sotterraneo e poi abbandonati dentro la cavità. Nel ramo di recente scoperta sono stati rinvenuti vari reperti di interesse archeologico: ossa, cocci, etc. Un ramo che, tra l’altro, è di notevole interesse estetico.

Istituzione della Riserva

La Riserva Naturale Integrale “Grotta di Entella” è inserita nel Piano Regionale dei Parchi e delle Riserve Naturali, ed è stata istituita nel 1995. La gestione è stata affidata al Club Alpino Italiano – Sicilia con il compito di salvaguardare l’integrità della grotta e promuovere la ricerca scientifica e le iniziative tendenti a diffondere la conoscenza dei beni naturali presenti nell’area protetta. Le prime esplorazioni in zona risalgono agli anni ’50. Il territorio sottoposto a tutela rappresenta una piccola porzione dell’intero rilievo della Rocca di Entella, estendendosi per circa 13 ettari.

Antiche leggende 

La memoria popolare racconta che un incantesimo gravi sulla Rocca di Entella, e numerose sono le leggende che si tramandano da padre a figlio. Molte di queste leggende interessano proprio la grotta.

Difatti il nome “Grotta dei Dinari” è sicuramente da collegare a racconti che la vogliono come custode di un immenso tesoro.

La grotta, però, sarebbe protetta da un incantesimo che impedirebbe a chiunque di impossessarsene. Un’altra leggenda narra che la grotta sia abitata da un mostro-serpente a 14 teste. Per placare le sue ire contro gli abitanti del posto, bisognava offrigli in pasto, ogni giorno, una ragazza estratta a sorte.

Altri racconti riportano la testimonianza di alcuni contadini che, avventuratisi nei meandri della grotta per cercare il mitico tesoro, vennero attratti da un rumore che proveniva da dietro una roccia.

Comparve ai loro occhi una bellissima donna vestita di bianco che disse loro di essere una regina musulmana che da tempo aveva abitato quei luoghi e poi scomparve. I contadini, abbagliati dalla visione, non riuscirono a trovare la via d’uscita finchè non ricomparve la donna che li accompagnò fuori.

Come si raggiunge la Riserva 

Da Palermo bisogna percorrere per circa 50 km la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca (ss624) sino allo svincolo Alcamo-Diga Garcia. Si prosegue quindi per la Provinciale che porta a Contessa Entellina, seguendo le indicazioni Diga Garcia.

Provenendo dall’Autostrada Palermo-Mazara del Vallo (A29) si esce allo svincolo Gallitello. Si percorre per circa 20 km. la S.P. 119 per Castelvetrano fino alle indicazioni per la scorrimento veloce Palermo-Sciacca. Si prosegue seguendo prima l’indicazione Vaccarizzo e poi l’indicazione Diga Garcia.

Aspetti archeologici

La Rocca di Entella, proprio per la sua collocazione geografica che ben si prestava a sostenere l’assedio più ostinato da parte del più accanito degli invasori, è stata fin dai periodi più remoti teatro di numerose battaglie. Sulla sua sommità si trovano i resti della città di Entella che, con Erice e Segesta, è una delle 3 città siciliane di origine elima. Ebbe rilevante importanza durante le guerre tra i Cartaginesi e i Siracusani, al tempo di Dionisio il Vecchio. Nel tardo medioevo costituì, con il castello di Jato, l’ultimo baluardo di difesa ed il centro più vivace di resistenza contro la potenza saracena e Federico II, che la distrusse nel 1246. La ricerca archeologica ad Entella inizia nel 1979, anche se solo dal 1983 vengono avviate regolari campagne di scavi che hanno riportato alla luce tratti delle mura, una delle porte della città, un grande magazzino destinato all’accumulo di cereali, i resti di un castello e una necropoli.

Feste e folklore

SAN GIUSEPPE - “L’ARTARU”

La Tradizione vuole che il 19 marzo, giorno di S. Giuseppe, molte famiglie del paese devote al Santo Patriarca, in seguito a grazie ricevute, allestiscono come voto il cosiddetto "Artaru", (l’altare) nella propria abitazione. Questo si articola in una grande tavola a Contessa, sui quali si dispone l'immagine di S. Giuseppe o della sacra famiglia. Il tavolo  è ornato dalle migliori lenzuola ricamate che le donne del luogo conservano da sempre con molta cura. Vi abbondano inoltre piatti ricolmi di "pignolata", "sfince" e fritture varie. La preparazione dei cibi e l'addobbo dell'altare necessitano delle collaborazione di diverse persone così donne, amici, parenti e vicini di casa si ritrovano tutti insieme a collaborare come in una "grande famiglia" e con grande spirito di solidarietà comune che diventa il segno tangibile della devozione al Patriarca. Questi piatti si alternano ad arance e finocchi, mentre una profusione di odori emana dai fiori che lo abbelliscono e dai rami di alloro posti ai lati di esso. A mezzogiorno, attorno alla grande "tavolata" imbandita, siedono i convitati, persone poco abbienti dette "santuzzi", in un numero che oscilla tra un minimo di cinque e un massimo di tredici. Essi rivestono il ruolo della sacra famiglia e dei santi verso i quali si è particolarmente devoti. Ai convitati vengono serviti pastasciutta con mollica abbrustolita e dolcificata con zucchero, fritture varie e dolci di ogni genere. La giornata di S. Giuseppe trascorre in paese in un viavai di persone che si recano a visitare gli altari presso parenti e amici. Caratteristica principale dell' “Artaru” sono i pani di San Giuseppe; essi sono dei pani lavorati e intagliati a mano come piccole opere d’arte che rappresentano gli  antichi attrezzi dei mestieri, tra cui quello del falegname. La vera particolarità sono però  i cosiddetti  "cucciddati", dei grossi pani rotondi lavorati ad arte posti all'inizio della tavolata, la barba e il bastone di S.Giuseppe e la "M" del nome di Maria. La mattina del 19, dopo la Santa Messa i Santi si recano all' “Artaru” e iniziano a consumare il pranzo, serviti dal membro della famiglia che ha promesso l'Artaru al Patriarca S. Giuseppe. La tradizione vuole che ogni Santo debba assaggiare tutto ciò che gli viene servito.

Una particolarità che distingue i festeggiamenti che gli abitanti di Contessa riservano al Patriarca è il canto di " Lu Viaggiu Dulurusu", canto in dialetto siciliano, che viene fatto davanti a tutti gli altari del paese la vigilia di San Giuseppe. Tutti i fedeli e devoti al Santo si uniscono alla Banda Musicale e fanno il giro degli "Artari" e per ognuno di esso intonano il Canto che non è altro che il racconto dei nove giorni di viaggio affrontati da Giuseppe e la Vergine Maria  fino alla nascita di Gesù Bambino. 

PASQUA ARBERESCHE

La Domenica delle Palme.  A Contessa le Processioni della Domenica delle Palme sono due, e convergono contemporaneamente nella Chiesa Greca e Latina. La solenne liturgia è officiata rigorosamente col rito greco-bizantino, dopo la funzione si sfila in processione in abiti tradizionali intonando il canto del “Lazzaro” e del “Christos-Anesti” (Cristo risorto).

Lazzaro. Durante la notte che precede il sabato di Lazzaro alcuni ragazzi e ragazze si fermano presso alcune abitazioni del paese per cantare in lingua albanese l’episodio evangelico della morte e risurrezione di Lazzaro; al termine del canto il padrone di casa fa accomodare i cantori e offre loro da bere e da mangiare (formaggi, uova etc.)

Sabato Santo. Nella tarda mattinata del Sabato Santo durante la messa le campane della Chiesa greca suonano a festa per preannunciare la Resurrezione di Cristo.

Con un tralcio di vite con sette gemme e pronunciando una frase tipica, la padrona di casa percuote tutti gli oggetti e ogni angolo della abitazione per scacciare via il demonio che poteva spadroneggiare mentre Cristo giaceva morto nel sepolcro.

La notte che precede la Pasqua viene annunciata la resurrezione di Cristo col canto del “Christos Anésti”. 

San Nicola

Per la festa di San Nicola, patrono di Contessa, al termine della Divina Liturgia solenne vengono distribuiti i “Panini di San Nicola” benedetti. Essi vengono conservati e fatti a pezzettini e gettati fuori casa quando infuria il maltempo per essere protetti dai danni derivanti dai temporali e dalle intemperie.

8 SETTEMBRE - FESTA MADONNA DELLA FAVARA

I festeggiamenti in Onore di Maria S.S. della Favara si svolgono a Contessa Entellina.Da tradizione i festeggiamenti iniziano la mattina del giorno 1 settembre con l’alborata. In quel periodo il Paese, viene ornato da una maestosa illuminazione artistica, da ammirare anche nelle facciate delle due Chiese principali, la Chiesa di rito greco-bizantino e la Chiesa di rito romano o Chiesa  latina  che custodisce la statua della Madonna della Favara e la famosa “Vara” artistica. Dal giorno 1, tutte le mattine fino al giorno 8, il cosiddetto “tamburinaru” della Banda Musicale compie il giro del paese fungendo da sveglia e rimembrando a tutti i compaesani il clima di Festa.

Nei giorni a seguire, oltre ai rituali religiosi, il Comitato dei festeggiamenti, grazie alle offerte che con spirito di grande devozione i cittadini devolvono, organizza vari eventi di spettacolo. Solitamente si cerca di amalgamare spettacoli di vario genere ed interesse, come commedie teatrali e spettacoli musicali, gruppi folk, artisti famosi  etc. in modo da allietare l’armonia dei Contessioti e suscitare l’interesse e la partecipazione di tutte le generazioni. 

Il giorno 7 ormai da consuetudine è il giorno dedicato alla Banda Musicale, vero e proprio patrimonio  del folklore Contessioto. Già di buon mattino i componenti della Banda compiono il giro per le vie del Paese, stessa cosa si ripete nelle ore pomeridiane. La sera invece è il momento del grande concerto in Piazza. L’ 8 settembre è il giorno della processione. La mattina dell'otto di settembre il Vescovo, i preti e le più importanti autorità religiose dell’Eparchia di Piana degli Albanesi (ricoperti da paramenti preziosi) accompagnati dalla Banda Musicale e dai fedeli, vestiti con i costumi albanesi, salgono in processione nella Chiesa Latina dove vengono attesi dai fedeli di rito latino e celebrano la funzione.

Nel pomeriggio la statua della Madonna viene posta nell’artistica “Vara” e viene impreziosita con molti oggetti e gioielli in oro, donati nei secoli dai devoti. 

La sera della processione i cosiddetti “Portatori” si preparano ed in numero considerevole (circa 60) caricano sulle loro spalle la “Vara” portandola in processione per le vie del paese. Durante il percorso vengono effettuate numerose fermate dove si prega e si canta, durante una di queste vengono effettuati i giochi pirotecnici, momento di attrazione unico che ogni anno si ripete con forme e colori sempre diversi. 

Alla fine i "Portatori" stremati si esibiscono nella salita davanti la Chiesa Latina, prima di entrare, "in un sali e scendi" con la "Vara", salgono e scendono di corsa ogni anno per nove volte e anche più, vincendo le resistenze di quelli che unendosi in una catena umana vorrebbero portare la "Vara" dentro  la Chiesa, alla fine però, è proprio la catena umana a "vincere", la Vara viene posta sul sagrato e la gente accorre per prendere un lembo di bambagia strofinato sulla fronte della Madonna.

I festeggiamenti si concludono il giorno 9, quando ogni anno in contrada Giarrusso, nella periferia del paese si tiene la storica fiera degli animali seguita dalla fiera tradizionale di oggetti vari. La sera in quanto serata conclusiva è il momento del grande evento che consiste spesso nello spettacolo di maggior spessore con l’esibizione  di  artisti e/o musicisti di rilievo nazionale.

Prodotti tipici

Vastedda della valle del Belìce DOP

Se non l’unico, la Vastedda valle del Belìce DOP è uno dei pochissimi formaggi ovini a pasta filata. Ha un gusto particolare, tipico del formaggio fresco di pecora, con note lievemente acidule e mai piccanti. La sua pasta è bianca, compatta, con qualche striatura dovuta alla filatura artigianale. La caratteristica forma a focaccia, con le sue facce lievemente convesse, rende inconfondibile la vastedda. La Vastedda valle del Belìce DOP deve avere un diametro compreso tra 15 e 17 cm e un'altezza dello scalzo tra 3 e 4 cm. Il suo peso deve essere compreso tra 500 e 700 gr, in relazione alle dimensioni della forma, e presentare una superficie priva di crosta, di colore bianco avorio, liscia compatta senza vaiolature o piegature.

La pasta è di colore bianco omogeneo, liscia, non granulosa, con eventuali accenni di striature dovute alla filatura artigianale. L’occhiatura deve essere assente o molto scarsa, così come la trasudazione, mentre l'aroma, è quello caratteristico del latte fresco di pecora dal sapore dolce, fresco e gradevole, con venature lievemente acidule. La sua percentuale di grasso non è inferiore al 35% sulla sostanza secca, mentre quella di cloruro di sodio non supera il 5% sulla sostanza secca. 

Lavorazione della vastedda della valle del Belìce DOP

Il latte da utilizzare è solo quello fresco di pecore razza valle del Belìce.

Come da tradizione, il latte viene scaldato sino alla temperatura di 40°C. Dopo di che si aggiunge il caglio di agnello in pasta. Sono sufficienti circa 50 minuti per formare la cagliata, la quale deve essere rotta finemente.

La massa viene trasferita nei contenitori in giunco, fuscelle, dove viene lasciata riposare per un periodo di 24-48 ore, durante il quale il formaggio acidifica.

A questo punto la massa viene estratta, tagliata a listarelle e posta in un tino di legno, piddiaturi.

Poi, con l'aggiunta di acqua calda e la lavorazione tramite una pala in legno, vaciliatuma, avviene la filatura del formaggio.

Una volta filata, la pasta viene modellata sul tavuleri, ottenendo così delle trecce che vengono adagiate in piatti fondi. Su questi piatti la pasta si assesta, e rivoltata alcune volte assume la caratteristica forma a focaccia.

A 12 ore dalla filatura i formaggi sono tolti dal piatto, salati in salamoia e lasciati asciugare per altre 12-48 ore.

Attrezzatura tradizionale

 

Gli attrezzi utilizzati per la preparazione della Vastedda della valle del Belìce DOP sono quelli tradizionali strumenti storici tramandati nel corso della storia.

Si tratta di attrezzature in legno come il piddiaturi, la tina, il tavuleri, la rotula ed il bastone per la filatura o le fuscelle di giunco.

Tutti attrezzi che arricchiscono il latte di una flora microbica pro-casearia che conferiscono alla Vastedda del Belìce, in modo naturale, particolarità e specificità. 

Conoscere la vastedda

La Vastedda della Valle del Belìce DOP la conosciamo grazie alla sua particolare lavorazione e grazie alle sue peculiarità. 

Quello che in molti non sanno è che la pronuncia corretta del suo nome, alla siciliana, si ottiene premendo la lingua sul palato sulla D e pronunciando l'accento grave sulla i di Belìce. 

Vino DOC Contessa Enetllina

La DOC Contessa Entellina è una delle 23 Denominazioni di Origine Controllata della regione Sicilia

Il Contessa Entellina Doc prende il nome dal comune di Contessa Entellina che è anche la zona esclusiva di produzione di questa Doc. Su questo territorio sorgeva la città di Entella (Anthilia) che, con Erice e Segesta, fu fondata tra il VI e il V secolo a.C. dagli Elimi, antica popolazione le cui origini sono tuttora avvolte nel mistero. Certo è invece il legame tra questa civiltà e l'arte della vinificazione, come documentano numerose testimonianze tra le quali monete riproducenti grappoli d'uva e fonti latine che attestano una produzione vinicola molto apprezzata nell'antichità. Questa Doc è prodotta nelle tipologie Bianco, Rosso, Rosato, Ansonica, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Grecanico, Merlot, Pinot nero, Sauvignon, Rosso Riserva, Vendemmia tardiva. 

Come si consuma

Il Contessa Entellina Doc Bianco e i monovarietali bianchi si abbinano ad antipasti, primi e secondi a base di pesce e alle uova cucinate in vari modi; vanno serviti a una temperatura tra gli 8 e i 12 °C in calici svasati per vini bianchi giovani. La versione Rosso e i monovarietali rossi vanno degustati assieme a primi piatti abbastanza strutturati, come la pasta al forno, o con preparazioni a base di carne, grigliate, salumi e formaggi. La temperatura ottimale per la somministrazione è di 16-18 °C e il calice adatto è il bordolese o il ballon a seconda dell'invecchiamento. La versione Rosato, infine, si accompagna bene con salumi, primi e, secondi di carne, verdure e formaggi freschi e va servito in calici ampi a una temperatura di 12-14 °C.

Come si riconosce

L'etichettatura del Contessa Entellina Doc

Ogni etichetta deve riportare la menzione della Denominazione di Origine Controllata accanto a tutte le altre indicazioni previste per legge, quali: Regione determinata da cui proviene il prodotto; Denominazione del prodotto costituita dall'abbinamento della varietà di vite da cui proviene il vino e dalla zona geografica in cui tale varietà è coltivata; Volume nominale del vino; Nome o ragione sociale e sede dell'imbottigliatore; Numero e codice imbottigliatore, che può apparire anche sul sistema di chiusura (tappo o capsula) Nome dello Stato; Indicazione del lotto; Indicazioni ecologiche. 

Carta di Identità

Tipologia

La Doc Contessa Entellina è disponibile nelle versioni Bianco, Rosso, Rosso Riserva, Rosato, Ansonica, Sauvignon, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Grecanico, Merlot, Pinot nero e Vendemmia tardiva.

Descrizione

Il Contessa Entellina Bianco si ottiene da uve Ansonica in percentuale minima del 50%, la restante percentuale deve essere rappresentata, congiuntamente o disgiuntamente, dai vitigni Catarratto bianco lucido, Grecanico dorato, Chardonnay, Muller Thürgau, Sauvignon, Pinot bianco e Grillo; il Rosso e Rosato si ottengono per almeno il 50% da uve Calabrese e/o Syrah, la restante percentuale deve essere rappresentata, congiuntamente o disgiuntamente, da vitigni, presenti nell'ambito aziendale, a bacca nera non aromatici, autorizzati della provincia di Palermo; la denominazione di origine controllata Contessa Entellina con la menzione Chardonnay, Grecanico, Sauvignon, Ansonica, Cabernet sauvignon, Pinot nero e Merlot è riservata ai vini ottenuti da uve provenienti dal corrispondente vitigno per almeno l'85%

Caratteristiche

Il Contessa Entellina Bianco all'esame visivo si presenta di colore giallo paglierino più o meno intenso talvolta con riflessi verdolini. Ha profumo delicato, fruttato, caratteristico e sapore secco, vivace e fresco. La gradazione alcolica minima è di 11 gradi. Il Contessa Entellina Rosso presenta un colore rosso rubino talvolta con riflessi granato, specie se invecchiato. Il suo profumo è intenso, vinoso, caratteristico e il sapore risulta asciutto e vellutato. La gradazione minima è di 11,5 gradi. Il Contessa Entellina Rosato presenta invece un colore rosato talvolta con riflessi aranciati e un profumo fine, caratteristico, intenso. All'esame gustativo si presenta asciutto, fragrante, vellutato e la gradazione minima è di 11 gradi

Zona di produzione

Si produce esclusivamente nel comune di Contessa Entellina, in provincia di Palermo.

Presenza sul mercato

Tutto l'anno

Riferimenti normativi

La Doc Contessa Entellina è stata riconosciuta con il DM del 02.08.1993 successivamente modificato dal decreto del 19.08.1996 pubblicato sulla GU del 27.08.1996 che ha sostituito per intero il disciplinare di produzione.

 

 

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